I migranti che dal Centro America fuggono verso gli Stati Uniti, gli scomparsi, i sequestrati, i poveri. Tutti coloro che diventano facilmente preda dei trafficanti di uomini. Tutte persone che padre Alejandro Solalinde, 73 anni, prete missionario, accoglie nel suo centro “Hermanos en el camino” nell’Oaxaca in Messico, sottraendoli al crimine organizzato in nome dei diritti umani. Per questo i narcos lo minacciano di morte e lui vive sotto scorta. Per questo è stato candidato al Premio Nobel per la Pace nel 2017. Questa intervista è tratta da un incontro pubblico dello scorso 3 ottobre a Pisa, a cui il cronista di Velvet Mag ha partecipato, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio di Livorno e coordinato da Sabatino Caso, nella ex chiesa di San Matteo.

Dopo “I narcos mi vogliono morto” viene pubblicato in questi giorni il suo nuovo libro “Questo è il Regno di Dio – Una vita radicalmente cambiata”. Come è avvenuto il suo cambiamento personale?

Stare con i migranti ti cambia. Prima avevo paura. Poi ho capito che tutti e tutte siamo migranti esistenziali. Nessuno di noi resta qui per sempre. Lavorare nell’accoglienza alle persone migranti nel mio centro Hermanos en el camino ha tirato fuori il meglio di me. Dai 60 anni in su, in pratica. Un’altra vita.

La sua lotta per il rispetto dei diritti umani è minacciata dai narcos. Perché?

Perché le organizzazioni mafiose vendono i migranti come merce. Sono la loro mercanzia. Io ho cominciato a sottrarli allo sfruttamento. Ho sottratto la “merce”. Per questo i narcos vogliono uccidermi e mi hanno sottoposto a ogni tipo di minaccia. Hanno cercato di dare fuoco a me e al mio centro di accoglienza. Ma non sono andato via. Sono riuscito a non farmi possedere dalla paura. Loro cercano sempre di spaventarti. Adesso però non sanno cosa fare, con il tempo sono loro ad avere paura. Ci sono stati vescovi che mi hanno fatto pressione, mi hanno dato un “suggerimento”, perché accettassi di essere trasferito altrove. Non ho accettato. A volte mi chiedo perché sono ancora vivo. È opera di Dio.

Dal suo centro di accoglienza sono passate molte persone, chi l’ha colpita di più?

Una donna. Si chiama Conchita Moreno. Non sapeva leggere né scrivere. Aiutava i poveri e i migranti. È stata vittima delle autorità: fu incarcerata per sei anni. Venuti a conoscenza del suo caso, siamo riusciti a tirarla fuori. Uscita dal carcere, ora Conchita difende i diritti umani di tutti. C’è una rete di difensori dei diritti degli ultimi, in Messico, si chiama Las Patronas: sono donne. Le donne, e in particolare le madri, sono per me un esempio da seguire. Una madre è la più autentica avvocatessa dei poveri. 

Il presidente degli Usa, Donald Trump, vuole costruire un muro al confine col Messico. Quali sono i suoi rapporti con gli Stati Uniti?

Malgrado il muro sono moltissimi i ragazzi statunitensi che vengono a lavorare con i nostri volontari per i migranti al centro di accoglienza. Da noi passano studenti nordamericani di 18 università. Trump è egli stesso vittima del capitalismo neoliberista: un sistema assassino. Trump vive per accumulare denaro. Un vero peccato perché è un uomo religioso. Ma non crede in Dio: odia le donne, i migranti, i sessualmente diversi. È un poveraccio. Fa parte di un mondo, il mondo ricco, che si sta suicidando. Sapete dov’è il più alto tasso di suicidi in Italia? In Alto Adige, nel luogo cioè più ricco del paese. Forse perché la gente ha tutto ma non l’amore. Invece siamo tutti una famiglia, la famiglia umana, e non dobbiamo avere paura gli uni degli altri.

Migranti in Centro America (foto Twitter @ajplus)

Dagli Usa all’Italia l’accoglienza agli immigrati è un valore oggi messo in discussione

Questo tempo passerà. Trump passerà, così come l’attuale governo italiano. L’Italia deve tornare ai suo valori: è il paese con più umanesimo del mondo. È stata un esempio per il mondo. Solo, sta dormendo…Ma sono convinto che l’Italia tornerà ciò che è stata. Anzi, sarà migliore.

Lei ha incontrato il Papa. Cosa pensa di Francesco?

Quando ho potuto incontrarlo in piazza San Pietro, nel 2017, credevo che non conoscesse la mia storia personale sebbene i miei libri gli fossero stati recapitati. Invece sapeva tutto. Ho sentito molto rispetto per lui. Mi ha incoraggiato ad andare avanti. È stato l’abbraccio della mia chiesa.

Come è nata la sua candidatura per il Premio Nobel per la Pace?

Mi fu comunicata, lo scorso anno, a una riunione di diplomatici europei, in Austria, alla quale ero stato invitato a partecipare. Ma capii subito che il Nobel non me lo avrebbero mai dato.

Perché ne era così sicuro?

Quando chiesi che l’Unione europea prendesse chiare iniziative con dichiarazioni esplicite sulla necessità che in Messico siano rispettati i diritti umani, mi fu risposto che la cosa era delicata perché “l’Unione ha molti importanti legami economici col Messico” e non si poteva prendere una posizione di quel genere. Mi arrabbiai e feci un intervento duro. Non riscossi neppure un applauso. A quel punto il messaggio era chiaro! (ride, ndr.) 

Padre Solalinde a Pisa il 3 ottobre 2018 nell’ex chiesa di San Matteo (foto Domenico Coviello)

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